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giovedì 25 dicembre 2008

Auguri...


DI GIORGIO GABER E SANDRO LUPORINI

Ora basta con la finzione. Io ho 50 anni siamo in pieno 2000 e mi domando che eredità stiamo lasciando ai nostri figli? Forse in alcuni casi un normale benessere, ma non è questo il punto...
Voglio dire c’è un’ idea, un sentimento, una morale, una visione del mondo?
No, tutto questo non lo vedo. Allora ci saranno senz'altro delle colpe.
Si, il coro della tragedia greca: “... I figli devono espiare le colpe dei padri”. Siamo forse noi i padri insensibili, autoritari, legislatori di stupide istituzioni? Credo di no. Allora dove sono le nostre colpe? E che è troppo facile per noi essere pacifisti, antiautoritari e democratici. I nostri nonni hanno fatto la Resistenza... forse... avremmo dovuto farla anche noi... la Resistenza. E’ sempre tempo di resistenza... magari ad altre cose. Allora perché invece di esibire il nostro atteggiamento libertario non abbiamo dato lo sguardo all’avanzare dello sviluppo insensato?

Perché invece di parlare di buoni e di cattivi non abbiamo alzato un muro contro la mano invisibile e spudorata del mercato?
Perché avvertiamo l’appiattimento del consumo ma continuiamo a comprare motorini ai nostri figli?
Perché non ci siamo mai ribellati alla violenza dell’oggetto? Perché non abbiamo mai preso in considerazione parole come essenzialità. Il Mercato... ci ringrazia. Gli abbiamo dato il nostro prezioso contributo.
E voi, ... sì ...voi come figli...
Voi venticinquenni di ora, non avete neanche una colpa?
Dove è il segno di una vita diversa? Forse sono io che non lo vedo
Ma rispondetemi, dove è la spinta verso qualcosa che sta per rinascere?
Dove è la vostra individuazione del nemico?
Quale resistenza avete fatto contro il potere, contro le ideologie dominanti, contro la logica del consumo, contro il dilagare del superfluo?... Il Mercato ringrazia anche voi.

D’accordo non posso essere io a lanciare ingiurie contro la vostra impotenza, c'ho da pensare alla mia
Però spiegatemi perché vi abbandonate ad un’inerzia così silenziosa e passiva?
Perché vi rassegnate a questa vita mediocre, senza l’ombra di un desiderio vero, di uno slancio, di una proposta qualsiasi?
Vitale, rigorosa, qualcosa che possa esprimere almeno un rifiuto, un’indignazione... un dolore.
Perché il dolore ti aiuta a crescere, il dolore è visibile... chiaro... localizzato.
Ma quale dolore? Ormai non sappiamo neanche più cos’è... Il dolore... siamo caduti in una specie di noia, di depressione
... certo il marchio dell’epoca, la malattia dell’epoca.
E quando la depressione s’insinua dentro di noi... tutto sembra privo di significato...s enza sostanza... senza nulla.
Salvo questo nulla... non identificabile... che ci corrode.

Giorgio Gaber e Sandro Luporini

sabato 6 dicembre 2008

Rogo Thyssen. Un anno e milletré morti dopo...

Nelle lettere dei familiari il dolore ed il ricordo delle sette vittime del rogo
Massimo Numa

All’1,15 del 6 dicembre 2007 scatta l’allarme per un incendio, alle linea 5 dell’acciaieria Thyssen-Krupp. Sette operai, ustionati, muoiono in ospedale, nell’arco di un mese. E’ passato un anno, ma il dolore dei familiari è sempre lo stesso. Furono attimi terribili. Tra i primi ad arrivare, anche due poliziotti del 113, l’ispettore capo Massimo Galasso e l’agente Pietro Di Costa. «Non potrò mai dimenticare - racconta oggi l’ispettore - quella terribile e atroce scena, i vigili del fuoco, la gente del 118, i colleghi dei feriti, noi che cercavamo di aiutare quei poveretti come si poteva, non sapevamo se le lacrime che ci scendevano sul volto erano per il fumo ancora acre o per la commozione».

Le mogli, i figli, i genitori, i familiari, adesso, mentre l’anniversario si avvicina, non vogliono parlare di processi o di polemiche. Chiusi nel loro lutto, quasi spaventati dal clima delle feste imminenti. Nei loro ricordi, molto semplici, nati di getto, senza pensarci su, compaiono alcuni aspetti simili, stranamente condivisi da tutti. Le ultime immagini delle vittime della Thyssen raccontano di uomini «vestiti con le tute da lavoro», impressi nelle memorie di tutti mentre stavano per lasciare le loro case per raggiungere la fabbrica. Ci restano i loro sorrisi, nelle foto e nei ricordi. Quelli non li dimenticheremo mai.

Nel mio cuore non c'è più posto per il Natale
Grazia Rodino, mamma di Rosario. 26 anni

Rosario, figlio mio. Ascolto ancora la tua voce, ti rivedo, come se fosse oggi, adesso, mentre mi racconti che ti hanno cambiato il turno...da due settimane, non eri contento ma eri sempre lo stesso. Io non riesco a non parlare con te di questo, mille e mille volte. Anche adesso, tu sei qui con me, non abbandoni mai i miei pensieri, continui a proteggermi, come se non fosse accaduto nulla. E' tristissimo vivere, senza di te, ogni giorno. Sei un ragazzo serio, lavorare non ti ha mai spaventato. Se ti rivedo, sei vestito come quando andavi in fabbrica, come quando tornavi stanco, nella tua camera tutto è rimasto come allora, ci sono le tue foto e le cose che ami di più.

A noi sapevi stare vicini, ci davi e ci dai ancora forza. A me e a tutti i tuoi familiari che ti hanno sempre nella memoria. Il fatto che tutto sia successo un anno fa, mi riempie ancora di più d'angoscia, il Natale che sta arrivando mi fa precipitare ancora di più nello sconforto. Nel mio cuore di mamma non c'è posto per la festa, senza di te mai più.

I tuoi gesti quotidiani non mi lasceranno mai
Immacolata Schiavone, moglie di Antonio. 36 anni

Penso davvero che la morte non interrompa un legame che è indissolubile, saldo com’è nelle nostre anime.
Il legame che ci univa non s’è spezzato e oggi è eguale a ieri.
Molto spesso ho la sensazione che la nostre vite si siano fermate in quell’attimo, quando c’è stato l’incendio. Ma la memoria, spesso, si concentra su pochi frammenti della nostra vita passata. Non è facile, rievocare tutte le sequenze di una vita in comune, quando tutto scorreva normale, senza traumi, con le solite preoccupazioni.
Non so perché, ma quando penso alle tue ultime immagini, ti ricordo quasi sempre pronto per andare nella fonderia, ecco il mio Antonio che va in fabbrica e che ritorna, secondo un ritmo che allora sembrava non dovesse finire ma che un giorno invece s’è interrotto, lasciandomi sola, prigioniera di questo lutto che non ha un perché e che non avrà mai fine.
Gli stessi gesti, ripetuti chissà quante volte; ho vissuto di questo, nei mesi che sono trascorsi uno dopo l’altro, tu per me non è come se fossi vivo. Sei vivo.

Non dimenticherò mai il tuo sorriso buono
Calogero De Masi, papà di Pino. 26 anni

Mio figlio Pino era un bravissimo ragazzo. La sua è una storia molto breve, racchiusa in un arco di tempo troppo, troppo esiguo, è la storia di un ragazzo che è andato un giorno a lavorare in fabbrica e non è più tornato. Non c’è molto altro da dire. Questi lunghi mesi sono stati un tormento per me, perché, davanti a una fine così atroce, non ci si può rassegnare mai. Mi resta il ricordo del suo sorriso, del suo modo di essere solare, il sorriso di un ragazzo semplice, alla buona. La sua memoria non mi aiuta a ritrovare la pace, a ritrovare la serenità. E' un male che mi scava dentro, ogni giorno che passa è ancora immerso nel buio.

Roberto, sei il cielo dei bimbi
Egle Scola, moglie di Roberto. 32 anni

Non ho le parole, non le trovo. Le ho tutte chiuse dentro. Eravamo sposati da quattro, più due di fidanzamento. Sei anni. Mi manca tanto, sono rimasta sola con i miei bambini che sanno tutto, il loro papà è il cielo e questo, forse, è l'unica cosa certa, la nostra forza, che è quella di andare avanti, come se lui fosse ancora accanto a noi. Sono passata due volte davanti alla fabbrica, solo due perché non ho l'auto e mi hanno accompagnata. Vado al cimitero. La nostra vita è spezzata per sempre e le feste ci rendono ancora più tristi, ancora più disperati nell’anima. Altro non posso dire. Non trovo le parole.

Lotto, ma non c'è pace
Sabrina Laurino, moglie di Angelo. 43 anni

Io sto male, e questo anniversario, se mai, sottolinea il peso che mi porto addosso, la lotta di tutti i giorni che faccio per i miei figli piccoli. Lottare è il termine giusto. Devo crescerli da sola. Insegnare loro il significato di ogni cosa. Loro sanno e non sanno, ma è certo che il loro papà non lo vedranno più. Questo hanno capito. Sono contenta che, quella notte, io che lo accompagnavo a lavorare in auto sempre da sola, ho portato con me pure i bambini. Lo supplicavamo di non andare a lavorare, invece lui decise che sì, bisognava farlo. Ci fermammo a parlare ancora qualche istante, davanti alla fonderia, e spiegai ai piccoli che lo faceva per loro. Noi lo vedemmo attraversare le porte, sono tre, sino all'ultima. Mio figlio mi aveva detto di fermare la macchina perché voleva salutare ancora una volta il suo papà. Lui si voltò, un attimo prima di sparire e fece un saluto e un sorriso.
Da allora vado spesso davanti alla fabbrica, mi fermo davanti ai cancelli e rivivo quegli istanti come in un film, lo vedo di nuovo entrare e aspetto che il turno finisca per dirgli, “dai vieni a casa”. Qualcuno pensa che sia diventata matta, ma non è così. No, la pace non c'è, non l'ho trovata mai, dopo questi mesi. Un anno è passato, un altro passerà e quanti altri ancora. Dovrò lottare sempre.

Mi hanno rubato ogni cosa
Rosetta Marzo, moglie di Rocco. 54 anni

Un anno è passato. Come sto? Io mi sento come una moglie a cui hanno rubato, rapito, il marito. A gennaio 2008 avremmo fatto trent'anni di matrimonio. Mi sono sposata a 19 anni. Adesso che ne ho quasi 50, tutto finito. Eravamo una persona sola. Rocco mi telefonava: "Rosi come va? E i ragazzi?". A casa, anche stanco, giocava ancora con i figli. Eravamo una bella famiglia, davvero. Era un capoturno, non doveva essere sulle linee, ma ha visto i suoi compagni, "i miei figli", diceva, in difficoltà. Ha fatto il suo dovere e anche oltre. Questa è l'eredità di Rocco.

Io me lo sogno ogni notte. Quando è morto, dopo dieci giorni di terribile agonia, mi è comparso: "Rosi, io ce l'ho messa tutta, ho combattuto tanto per tornare". E’ vero. Non l'ho voluto vedere, né io, né i miei figli, non l'ho potuto vestire, accarezzare. Dopo sei giorni la caposala ha avuto pietà e ha sollevato il lenzuolo, era rinchiuso in una culla termica, e gli ho baciato i piedi. E' l'ultimo contatto che ho avuto con lui. Noi lo vogliamo ricordare con il suo sorriso, con la sua decisione di affrontare la vita con uno spirito sempre ottimista. Era consapevole dell’atrocità di quella morte, me ne aveva parlato quando altre persone avevano fatto la stessa fine: "Rosi, è la sorte peggiore”. No, per me non ci sono feste, non c'è gioia. Ho fede, l'ho conservata, è importante averla. Rocco è con me, sempre, ogni istante.

Ti sento sempre con me
Rosa Santino, mamma di Bruno. 26 anni

E' passato un anno ma è come se fosse passato un solo secondo. Che posso dire di te? Che ti rivedo come se fosse allora, quando tornavi a casa stanco dopo il secondo turno, e io ti aspettavo sempre, qualsiasi ore fosse della notte. Ma tu sorridevi sempre, non mi facevi mai pesare la tua fatica, né con me ti mostravi preoccupato o pensieroso. Appena arrivavi a casa, ti toglievi i vestiti da lavoro, venivi in cucina e mi abbracciavi. Non c'è un solo giorno che tu non l'abbia fatto.
Non è vero che te ne sei andato. Per me è come se tu fossi qui, con te parlo e tu mi rispondi, ti sento con me. Noi ti amiamo e questo spiega tutto. Sei un figlio che tutte le mamme sognano di avere. La mia vita senza di te è una sequenza di giorni e di mesi di dolore, di quel dolore che solo una mamma che ha perso un figlio può capire.

martedì 28 ottobre 2008

Affogare nella merda

QUESTO CONTRIBUTO E’ SCRITTO CON LINGUAGGIO OFFENSIVO E VIOLENTO. SE NON LO TOLLERI, NON CONTINUARE E CLICCA QUI. SE CONTINUI LO FAI PER TUA SCELTA E QUINDI, DOPO, NON ROMPERE CHE QUA GIA’ MI GIRANO.

Caro Evasore,
ogni anno, con certosina precisione, esce l’articoletto di giornale che, gentilmente, ci ricorda con quale pertinacia ed abnegazione qualcuno ci ficchi un grosso cazzo in culo. Non che questo sia necessariamente un male, per carità. Se a uno piace ed è d’accordo, può essere un modo grazioso per conoscersi e va rispettato in quanto appartenente alla sfera privata, ma se uno preferisce di no, allora andrebbe parimenti rispettato.

Io, preferirei di no.

Come ogni anno leggo le tue malefatte e mi viene il sangue agli occhi. Te le inventi proprio tutte caro evasore: ristoranti senza cucina o tavolini, farmacie senza scaffali, lavanderie senza lavatrici, tecnici installatori senza pinze e cacciaviti, laboratori di analisi senza strumenti, tassisti senza taxi e terreni che passano da padri a figli e da figli a padri come palline di ping pong.

Chi sei Evasore? Sei forse quello che ieri mattina all’ospedale faceva le voci perché c’era troppa fila e un solo medico, poi quando si è trattato di pagare il ticket ha tirato fuori l’esenzione ed è andato via in BMW? Sei quello che quando compri una cosa da venti euro fa lo scontrino da 0,20 e se qualcuno lo fa notare fa finta di essere scimunito e di non saper usare la cassa? Sei quel cazzo di medico che fa tutto il professionista e poi quando si tratta di fare la ricevuta aggiunge trenta euro alla parcella che verrebbe voglia di tirar fuori la tessera della tributaria e ficcargliela in bocca perché uno dal medico non ci va per divertirsi? Sei quello che gira con la targa prova sulla stessa macchina da 10 anni e che cazzo se ancora non l’hai provata fatti visitare? Sei quello che ha il fabbrichino o l’aziendino che fa firmare i dipendenti per 1200 e poi, in contanti, tira fuori 400? Sei quello che dichiara 10.000 euro all’anno se no ti beccano e quando devi versare i mille euro di tasse ti brucia il mazzo e fai vedere la ricevuta agli amici?

Ebbene, chiunque tu sia caro Evasore, vorrei dirti una cosa che mi viene dal cuore. Fa pure rima.

Tu, ogni sera, devi inginocchiarti e pregare la Madonna, Visnù, Maometto, Geova o chi capocchia vuoi che io non prenda mai il potere in questo paese perché io ti odio, ti odio, ti odio, ti odio.
Se fosse per me non ti manderei subito in galera, no. Ti sguarrerei il mazzo, ma non poco. Assai.
Farei una legge per fare in modo che se ti beccano la prima volta, paghi la multa, la seconda vai in galera con qualche marocchino in arretrato così scopri quello che si prova e poi la terza ti obbligherei a tagliarti una parte di corpo in proporzione a quello che hai evaso, stile Seven.

Ti odio Evasore e non credo nemmeno alla solita strunzata dei casi isolati, perché quanti cacchio di casi isolati ci vogliono per fare duecentoottanta miliardi di evasione? Non prendiamoci per fessi e affanculo il politically correct. Siete milioni e milioni. Vi vedo ogni giorno girare con quelle facce da ladri a usare le mie strade, le mie scuole, i miei ospedali senza cacciare una cazzo di lira, una.
Vi odio a morte, vi odio, vi odio. Perché siete voi che con la scusa di non far sprecare allo stato i vostri soldi fate chiudere le scuole, degenerare gli ospedali, distruggere le infrastrutture pubbliche. Già, lo stato non deve sprecare i vostri soldi, ma i miei sì però.

Io vi lancio una maledizione. Che siate maledetti. Che ogni centesimo che sottraete al paese dei nostri figli vi venga reso 10 volte in medicine, ricoveri d’urgenza, spese per onoranze funebri, morte, disgrazia, apocalisse!

Già. Mo voi leggete e vi fate una risata perché sapete bene che io non prenderò mai il potere, la mia maledizione del cazzo non serve a niente e di voi la finanza non sa nemmeno il codice fiscale. Già.
E’ vero.

Allora voglio dirvi una cosa. Seria stavolta.
Un paese è come una vasca di pesci e noi siamo i pesci. Se uno lo sporca comportandosi una merda, finirà con bere la merda che lui stesso ha prodotto.
Continuate così e fra qualche anno vi ritroverete a crepare in qualche pronto soccorso sgarrupato dove non hanno potuto comprare i macchinari per rianimarvi ( e vafanculo, chi se ne fotte).
Continuate così e il vostro figliolo dovrà rimanere chiuso nella villa blindata che gli avete costruito perché appena esce per strada qualcuno gli ficca un coltello in gola.
Continuate così e contribuirete a creare un deserto e lo chiamerete ricchezza.

Nel frattempo incrociate le dita, perché se mi esce il sei e divento il capo di questo paese, vi vengo a prendere alle quattro di mattina, uno per uno. E non porto cornetto e cappuccino. State tranquilli merde. Non lo porto.

Ah, se venite a commentare, quanto è vero che oggi è martedì, prendo gli IP e li passo a chi dico io che mi vuole bene e un giro di controllo sul suo terminale non me l’ha mai negato.
Se volevate avere la democrazia e il diritto di parlare dovevate pagare le tasse. Qui questo diritto non ve lo siete guadagnato merde. Quindi leggete e statevi zitti merde.

tratto da mentecritica.it

lunedì 2 giugno 2008

2 giugno: Festa della Repubblica


mentecritica

lunedì 14 gennaio 2008

Gli operai di Torino diventati invisibili

E' di ieri l'articolo di Vera Schiavazzi (Corriere della Sera) nel quale si da notizia del "documento — i cui contenuti, se confermati, sembrerebbero testimoniare meglio di qualunque altro materiale l'atteggiamento assunto dalla casa madre tedesca nei confronti delle sue filiali italiane e in particolare dell'acciaieria torinese in via di dismissione — sequestrato giovedì scorso a Terni nel corso delle perquisizioni in fabbrica e nelle abitazioni private dei tre massimi dirigenti italiani della ThyssenKrupp (l'amministratore delegato Harald Espenhahn, Gerald Priegnitz e Marco Pucci) già iscritti per omicidio e disastro colposo nel registro degli indagati. Nella nota, redatta in tedesco o forse tradotta in questa lingua proprio per renderne più rapida la lettura a tutti i manager interessati, si analizza la storia e la realtà della città di Torino, dove esiste - registrano i funzionari ThyssenKrupp - «una lunga tradizione sindacale di stampo comunista» e dove già negli anni precedenti alla tragedia le «condizioni ambientali» apparivano sfavorevoli al mantenimento dell'attività produttiva. Non mancano i cenni remoti alla storia italiana e torinese degli «anni di piombo», nei quali chi firma l'analisi ricorda come alcune delle pagine più sanguinose del terrorismo brigatista siano state scritte proprio a Torino ad opera dell'eversione. Poi si passa a esaminare la situazione dei 20 giorni di dicembre che hanno fatto seguito alla tragedia, durante i quali il sacrificio degli operai, le loro condizioni di lavoro, le dichiarazioni di dura condanna da parte delle istituzioni e delle forze politiche e sindacali italiane hanno occupato le prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Ai vertici aziendali che dalla casa madre di Essen, in Germania, hanno evidentemente richiesto elementi per poter meglio valutare la situazione e per poter quindi decidere la propria strategia sia di comunicazione sia legale, lo sconosciuto relatore dell'analisi trasmette i propri commenti. Gli operai sopravvissuti al rogo e i compagni di lavoro delle vittime «passano di televisione in televisione » e vengono rappresentati «come degli eroi». Un fatto, quest'ultimo, particolarmente sgradevole, che impedisce ogni possibile misura di censura o di richiamo a questi testimoni, che sono ancora e a tutti gli effetti dipendenti della società, ma che in questo momento sarebbe inopportuno colpire sul piano disciplinare, anche se non si esclude di poter prendere in considerazione questa ipotesi per il futuro, dopo un'attenta analisi degli aspetti formali e delle rassegne stampa cartacee e televisive. Infine, nella lettera ritrovata all'interno di una valigetta nelle perquisizioni, si traccia anche un affresco della situazione politica italiana in generale, facendo notare come lo stesso governo guidato da Romano Prodi, che attraverserebbe comunque un periodo di «crisi», possa trarre vantaggio dall'estrema attenzione dei media sul rogo di Torino, che può esercitare, se non altro, un ruolo di calamita capace di distrarre l'attenzione dei lettori e dei telespettatori da altri e più urgenti problemi di politica interna". (Fonte: Corriere della Sera)

Tralasciando di esprimere giudizi di ordine morale - meno retoricamente sfidiamo a trovare in un documento di questo tipo un briciolo di semplice, spicciola umanità - sui contenuti della nota interna all'azienda, vi invitiamo a leggere fino in fondo (è un po' lungo forse, ma non prende più di dieci minuti e ne vale veramente la pena) l'articolo di Ezio Mauro apparso su la Repubblica di venerdì scorso, 11 dicembre, che descrive attraverso il racconto di un sopravvissuto l'inferno di quei minuti sulla linea 5 dell'acciaieria torinese, le tragedie personali e familiari che ne seguono e, più in generale, la situazione degli Operai italiani di oggi, in Italia. Morti prima di morire, perché fantasmi. Invisibili.

TORINO - "Turno di notte vuol dire che monti alle 22. Sono abituato. Quel mercoledì sera, il 5 dicembre, sono arrivato come sempre un quarto d'ora prima, ho posato la macchina, ho preso lo zainetto e sono entrato col mio tesserino: Pignalosa Giovanni, 37 anni, diplomato ragioniere, operaio alla Thyssen-Krupp, rimpiazzo, cioè jolly, reparto finitura. Salgo, guardo il lavoro che mi aspetta per la notte e vedo che ho solo un rotolo da fare".

"Allora vado prima a trovare quelli della linea 5, devo dire una cosa ad Antonio Boccuzzi, ma poi arrivano gli altri e si finisce per parlare tutti insieme del solito problema. Il 30 settembre la nostra fabbrica chiuderà, a febbraio si fermerà per prima proprio la 5, stiamo cercando lavoro e non sappiamo dove trovarlo. Duecento se ne sono già andati, i più esperti, i manutentori, molti alla Teksfor di Avigliana. Noi mandiamo il curriculum in giro, con le domande. L'azienda se ne frega, la città anche. Chiediamo agli amici, ai parenti operai che hanno un posto. Chi può cerca altre cose, Toni "Ragno" dice che ha la patente del camion e prova con le ditte di trasporti: gli piacerebbe, tanto ogni giorno fa già adesso 75 chilometri per arrivare all'acciaieria e 75 per tornare a casa. Bruno ha deciso, il 29 chiude con la fabbrica e apre un bar con Anna, Angelo ha provato a farsi trasferire alla Thyssen di Terni, la casa madre, ma poi è tornato indietro per la famiglia. Parliamo solo di questo, come tutte le notti, abbiamo il chiodo fisso. E' brutto essere giovani e arrivare per ultimi. La Thyssen qui in giro la chiamano la fabbrica dei ragazzi, perché dei 180 che siamo rimasti il 90 per cento ha meno di trent'anni. Ma questo vuol dire che quando tutt'attorno chiude la siderurgia e Torino non fa più un pezzo d'acciaio che è uno, chi ti prende se sai fare solo quello? Eppure siamo specializzati, superspecializzati, non puoi sostituirci con un operaio qualsiasi che non abbia fatto almeno 6 mesi di formazione per capire come si lavora l'acciaio. E infatti ci pagano di più, uno del quinto livello alla Fiat prende 1400 euro, qui con i turni disagiati, la maggiorazione festiva, il domenicale arrivi a 1700 anche 1800 senza straordinario. Non ti regalano niente, sia chiaro, perché lavori per sei giorni e ne fai due di riposo, quindi ti capitano un sabato e domenica liberi ogni sei settimane, non come a tutti i cristiani. Ma la siderurgia è così, lavoriamo divisi in squadre e quando smonta una monta l'altra perché le macchine non si fermano, 24 ore su 24, questo è l'acciaio. Che poi, se ci fermassimo noi si ferma l'Italia perché siamo i primi, senza l'acciaio non si vive, dai lavandini all'ascensore, alle monete, alle posate, siamo la base di tutta l'industria manifatturiera, dal tondino per l'edilizia alle lamiere per le fabbriche, agli acciai speciali. E quando parlo di acciaio intendo l'inox 18-10, cioè 18 di cromo e 10 di nichel, roba che a Torino si fa soltanto più qui da noi, che è come l'oro visto che il titanio viaggia a 35 euro al chilo e noi facciamo rotoli da sei, settemila chili. Eppure tutto questo finirà, sta proprio per finire, Torino resterà senza, siamo come le quote latte. E' chiaro che ne parliamo tutte le sere, come si fa? Comunque, a un certo punto, sarà mezzanotte e mezza, io saluto tutti, e dico che vado a fare quel rotolo che mi aspetta. Salgo, e lì sotto comincia l'inferno. E' una parola che si usa così, come un modo di dire. Ma avete un'idea di com'è davvero l'inferno"?
Se a Torino chiedi degli operai della Thyssen, ti indicano il cimitero. Bisogna prendere il viale centrale, passare davanti ai cubi con i nomi dei partigiani, andare oltre le tombe monumentali della "prima ampliazione", girare a sinistra dove ci sono i nuovi loculi. Lì in basso, come una catena di montaggio, hanno messo Antonio Schiavone, 36 anni (detto "Ragno" per un tatuaggio sul gomito), morto per primo la notte stessa, Angelo Laurino, 43 anni, morto il giorno dopo come Roberto Scola, 32 anni. Subito sotto, Rosario Rodinò, 26 anni, che è morto dopo 13 giorni con ustioni sul 95 per cento del corpo e Giuseppe Demasi, anche lui 26 anni, ultimo dei sette a morire il 30 dicembre dopo 4 interventi chirurgici, una tracheotomia, tre rimozioni di cute con innesti e una pelle nuova che doveva arrivare il 3 gennaio per il trapianto, ed era in coltura al Niguarda di Milano. Ci sono i biglietti dei bambini appesi con lo scotch, come quello di Noemi per Angelo, ci sono le sciarpe della Juve, mazzi di fiori piccoli col nailon appannato dall'umidità, un angelo azzurro disegnato da Sara per Roberto, quattro figure colorate di rosso da un bambino per Giuseppe, tre Gesù dorati, due lumini per terra. Attorno alle cinque tombe, una striscia azzurra tracciata dal Comune le separa dagli altri loculi. E' un'idea del sindaco Sergio Chiamparino e del suo vice Tom Dealessandri, una sera che ragionavano sulla tragedia della Thyssen. Se tra un anno, cinque, dieci, qualcuno vorrà ricordarla, parlarne, partire da quei morti per discutere sulla sicurezza nel lavoro, ci vuole un posto, e non ci sarà neppure più la fabbrica, non ci sarà più niente: mettiamoli insieme, quelli che non hanno una tomba di famiglia; hanno lavorato insieme e sono morti insieme. Quelle fotografie di ragazzi sono le uniche tra i loculi, le altre sono di vecchi e dove non c'è la foto c'è la data: 1923, 1925, 1935, 1919, anche 1912. Intorno, un telone nasconde lo scavo di una gru nel campo del cimitero, si sente solo il rumore in mezzo ai fiori, ma c'è lavoro in corso. Siamo a Torino, dice un guardiano, è la solita questione: lavoro, magari invisibile, ma lavoro.
"Dunque, ero da solo, con la gru in movimento. Il mio lavoro si può fare così. Alla linea 5 invece il turno montante era completo. Mancavano due operai, ma si sono fermati in straordinario Antonio Boccuzzi e Antonio Schiavone, anche se avevano già fatto il loro turno, dalle 14 alle 22. Quella tecnicamente è una linea tecnico-chimica per trattare l'acciaio, temprarlo e pulirlo per poi poterlo lavorare. Stiamo parlando di una bestia di forno a 1180 gradi, lungo 40-50 metri, alto come un vagone a due piani, e lì dentro l'acciaio viaggia a 25 metri al minuto se è spesso e a 60 metri se è sottile, per poi andare nella vasca dell'acido solforico e cloridrico che gli toglie l'ossido creato dalla cottura nel forno. La squadra di 5 operai sta nel pulpito, come lo chiamiamo noi, una stanzetta col vetro e i comandi. Ci sono anche il capoturno Rocco Marzo e Bruno Santino, addetto al trenino che porta il rullo da una campata dello stabilimento all'altra. Manca poco all'una. So com'è andata. Il nastro scorre a velocità bassa, sbanda, va contro la carpenteria, lancia scintille, l'olio e la carta fanno da innesco, c'è un principio di incendio. Loro pensano che sia controllabile, come altre volte. Escono dal pulpito, si avvicinano, provano con gli estintori, ma sono scarichi. Un flessibile pieno d'olio esplode in quel momento, passa sul fuoco come una lingua e sputa in avanti, orizzontale, è un lanciafiamme. Non li avvolge, li inghiotte. Boccuzzi è proprio dietro un carrello elevatore per prendere un manicotto, e quel muletto lo ripara salvandolo. Vede un'onda, sente la vampa di calore che lo brucia per irradiazione, ma si salva. Gli altri sono divorati mentre urlano e scappano. Piomba in finitura il gruista della terza campata, corri mi dice, corri, è scoppiata la 5, sono tutti morti. Non ci credo, ma si avvicina urlando, è bianco come uno straccio e sta piangendo. Corro, torno indietro, metto in sicurezza la gru, corro, non penso a niente, corro e li vedo".
I tre funerali sono diversi. Prima lo choc, il dolore, la paura. Poi la rabbia. Egla Scola, che ha vent'anni e due figli di 17 mesi e tre anni, in chiesa ha urlato verso la bara di Roberto: vieni a casa, adesso. La madre di Angelo Laurino gli ha detto: ora aspettami. Il padre di Bruno Santino, anche lui vecchio operaio Thyssen, l'abbiamo visto tutti in televisione gridare bastardi e assassini, con la foto del figlio in mano. Il giorno della sepoltura di Rocco Marzo, arriva la notizia che è morto Rosario Rodinò, dopo quasi due settimane di agonia. Ciro Argentino strappa la corona di fiori della Thyssen, i dirigenti dell'azienda entrano in chiesa dalla sacrestia, se ne vanno dalla stessa porta. Fuori ci sono soprattutto operai, in duomo come a Maria Regina della Pace in corso Giulio Cesare, come nella chiesa operaia del Santo Volto con la croce sopra la vecchia ciminiera trasformata in campanile.

Attorno, il fantasma della Torino operaia che fu. Qui dietro c'erano una volta la Michelin Dora, la Teksid, i 13 mila delle Ferriere Fiat dentro i capannoni della tragedia, poi venduti alla Finsider dell'Iri, che negli anni Novanta ha rivenduto alla Thyssen. Che adesso chiude. Sequestrata per la tragedia, con i cancelli chiusi e un albero trasformato in altare ("ciao, non siamo schiavi", ha scritto un operaio della carrozzeria Bertone), già adesso l'impianto della morte è uno scheletro vuoto, inutile, proprio dove la città finisce e comincia la tangenziale, con le montagne piene di neve dritte davanti. La gente conosce il posto perché lì c'è un autovelox famoso per sparare multe a raffica.

Ma non sa la storia della Thyssen. Ciro dice che un pezzo di Torino non sapeva nemmeno dei morti, e alla manifestazione c'erano trentamila persone, ma era la città operaia, e pochi altri. Come se fosse un lutto degli operai, non una tragedia nazionale. Anzi, uno scandalo della democrazia. Chi lavora l'acciaio sa di fare un mestiere pericoloso, dice Luciano Gallino, sociologo dell'industria, perché macchine e materiali che trasformano il metallo sovrastano ogni dimensione umana, con processi di fusione, forgiature a caldo, lamiere che scorrono, masse in movimento. C'è fatica, rumore, occhio, tecnica, esperienza, senso di rischio, concentrazione. E allora, spiega Gallino, proprio qui nell'acciaio non si possono lasciar invecchiare gli impianti e deperire le misure di sicurezza, non si può ricorrere allo straordinario con tre, quattro ore oltre le otto normali. Invece l'Asl dice oggi di aver accertato 116 violazioni alla Thyssen. Le assicurazioni Axa lo scorso anno avevano declassato la fabbrica proprio per mancanza di sicurezza, portando la franchigia da 30 a 100 milioni all'anno. Per tornare alla vecchia franchigia, bisognava fare interventi di prevenzione, tra cui un sistema antincendio automatico proprio sulla linea 5, dal costo di 800 milioni. From Turin, ha risposto l'azienda, dopo che Torino avrà chiuso.

"Il primo è Rocco Marzo, il capoturno, che aveva addosso la radio e il telefono interno, bruciati nel primo secondo. Appare all'improvviso, al passaggio tra la linea 4 e la 5. Non avevo mai visto un uomo così. Anzi sì: dal medico, quei tabelloni dov'è disegnato il corpo umano senza pelle, per mostrarti gli organi interni. La stessa cosa. Le fasce muscolari, i nervi, non so, tutto in vista. Occhi e orecchie, non parliamone. Non mi vede, non può vedere, ma sente la mia voce che lo chiama, si gira, barcolla, cerca la voce, mi riconosce. "Avvisa tu mia moglie, Giovanni, digli che mi hai visto, che sto in piedi, non li far preoccupare". Lo tocco, poi mi fermo, non devo. Ha la pelle, ma non è più pelle, come una cosa dura e sciolta. Un operatore di qualità continua a saltarmi attorno, cosa facciamo? Mando via tutti quelli che piangono, che urlano, che sono sotto choc e non servono, non aiutano. Dico di non toccare Rocco, di scortarlo con la voce fuori: gli chiedo se se la sente di seguire i compagni, di seguire la voce. Va via, lo guardo mentre dondola e sembra cadere a ogni passo, mi sembra di impazzire. Mi butto avanti, tutta la campata è piena di fumo nero, bruciano i cavi di gomma, i tubi con l'acido, i manicotti. Vedo Boccuzzi che corre in giro a cercare una pompa, mi vede e mi urla in faccia: "Li ho tirati fuori, li ho tirati fuori. Ma Antonio Schiavone è vivo e sta bruciando lì per terra". In quel momento Schiavone urla nel fuoco. Tre grida. E tutte e tre le volte Toni Boccuzzi cerca di gettarsi tra le fiamme e dobbiamo tenerlo, ma lui ripete come un matto: "Il fuoco lo sta mangiando". Dico di portarlo via, fuori. Mi volto, e mi sento chiamare: "Giovanni, Giovanni". Non ci credo, guardo meglio, non si vede niente. Sono Bruno Santino e Giuseppe Demasi, due fantasmi bruciati, consumati dal fuoco eppure in piedi. Non mi sentono più parlare, non sanno dove andare, in che direzione cercare, sono ciechi. Poi Demasi si muove, barcolla verso la linea 4 tenendosi le mani davanti, come se fosse preoccupato di essere nudo. Mi avvicino e lo chiamo, si volta, chiama Bruno. Guardo la loro pelle scivolata via, non so cosa dire e loro mi cercano: "Giovanni, sei qui vicino? Guardaci, guardaci la faccia: com'è? Cosa ci siamo fatti, Giovanni?"

Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perché da tempo erano diventati come invisibili. Si spiegano con le parole di Ciro Argentino e Peter Adamo, trent'anni: l'operaio ovviamente esiste, cazzo se esiste, manda avanti un pezzo di Paese, e soprattutto a Torino lo sanno tutti. Ma esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella testa della politica. Ma lo sapete voi, aggiunge Fabio Carletti della Fiom, che nell'assemblea del Pd appena eletta a Torino non c'è nemmeno un operaio? Che in tutto il Consiglio comunale ce n'è uno, perché il sindacato si è trasformato in lobby e ha minacciato di fare una lista operaia separata, supremo scandalo per la sinistra? Dice Peter che l'invisibilità la senti tutto il giorno, quando vai a comprare il pane, quando esci la sera. Per le storie veloci con le ragazze in discoteca, fai prima a dire che sei un rappresentante, vai più sul sicuro. Non è rifiuto o disprezzo, aggiunge Davide Provenzano, 26 anni, è che sei di un altro pianeta. Credono di poter fare a meno di te. Da bambino, spiega, vedevo con mio padre al telegiornale le notizie sul contratto dei metalmeccanici, "undici milioni di tute blu scendono in piazza", adesso, non si sa quanti siamo, un milione e sette, uno e otto? Il sindaco Chiamparino sa di chi è la colpa: quelli che pensano alla modernità come a una sostituzione, l'immateriale, l'effimero al posto del manifatturiero, mentre invece è moderno chi gestisce la complessità, la fine di una cosa con l'inizio dell'altra, sopravvivenze importanti e novità salutari. "Chiampa" dice che lui non potrebbe dimenticare gli operai, la sua famiglia viene dalla fabbrica, il figlio di suo fratello ha la stessa età e fa il lavoro dei ragazzi della Thyssen, però è vero che si lamenta perché i riformisti non usano più quella parola, operaio. E tuttavia non si può tornare agli anni Settanta.

E la città non è indifferente, non si può misurare il funerale operaio col metro del funerale dell'Avvocato, in quel caso la partecipazione era anche un modo di dire "io c'ero", mentre qui voleva dire "voi ci siete". E poi, pensiamo sempre a Mirafiori, dove cresceva l'erba sull'asfalto, tutto era abbandonato, e tutto è rinato. Il sindaco ha aiutato Marchionne, l'amministratore delegato Fiat ha aiutato Chiamparino. I due si vedono qualche sera per giocare a scopa col vicesindaco e un ufficiale dei carabinieri, ma in pubblico si danno del voi, perché questa è Torino. Anche se Marchionne voleva strappare, e andare al funerale operaio della Thyssen. Poi si è fermato, dice, per paura che la sua presenza diventasse una specie di comizio silenzioso. Ha radunato i suoi e ha detto: che non capiti mai qui. Un incidente può sempre scoppiare, ma non per incuria verso la tua gente e il suo lavoro. Mai, mettetemelo per scritto. Solo in Italia, spiega ancora Marchionne, operaio diventa una brutta parola, nel mondo indica quelli che fanno le cose, le producono.

E tuttavia, avverte il professor Marco Revelli, Torino è sempre più Moriana di Calvino, la città con un volto di marmo e di alabastro e uno di ferro e di cartone, e una faccia non vede più l'altra. Gli operai della Thyssen, anche per la loro età, non hanno riti separati, tradizioni private, fanno una vita perfettamente visibile nella sua normalità. Dopo la fabbrica si incontrano indifferentemente alla Fiom o al Mc Donald's di via Pianezza, Peter ha la moglie laureata e vede tutta gente del suo giro, ai funerali hanno messo musica dei Negramaro, hanno portato anche la maglia di Del Piero. Ma ti dicono che l'invisibilità sociale li rende deboli, la debolezza e la solitudine portano a scambiare straordinari per sicurezza, il Paese li convince di vivere in una geografia immaginaria, dove per dieci anni ha contato solo la cometa del Nordest, solo l'illusione del lavoro immateriale, solo il consumatore e non il produttore, e persino la parola lavoro è stata poco per volta sostituita da altre cose: saperi, competenze, professionalità. Questa fragilità - culturale? Politica? Sociale? - li espone. Il cardinal Poletto, che ha fatto l'operaio da ragazzo (il mattino in officina, il pomeriggio in canonica) ha detto ad ogni funerale cose semplici ma solide perché autentiche: la città ha reagito ma non basta, serve un sussulto, la ricerca sacrosanta del profitto non può danneggiare la sicurezza o addirittura la vita di chi lavora. La sinistra ha detto meno del cardinale.

"Nessuno sa cosa fare davanti a una cosa così. Due compagni di lavoro carbonizzati, e ancora vivi. Uno ha preso due giacconi, glieli ha buttati addosso. "Giovanni aiutaci - dicevano - portaci via". Ragazzi, ho provato a rassicurarli, l'importante è che siate in piedi, io non so se posso toccarvi, non posso prendervi per mano, ma vi portiamo fuori, vi facciamo da battistrada. Due passi, e trovo per terra Rosario Rodinò, Angelo Laurino e Roberto Scola. Statue di cera che si sciolgono, l'olio che frigge, non c'è più niente, i baffi di Rocco, i capelli di Robi, solo la voce. Mi accoccolo vicino a Laurino, gli parlo. Si volta: "Dimmi che starai vicino ai miei". Scola ripete che ha due figli piccoli, "non potete farmi morire". Rodinò sembra più calmo: "Non pensare a me, io sto meglio, occupati di loro". Poi, quando ritorno da lui mi chiede: "Come sono in faccia? Cosa vedi?" Arrivano i pompieri, poco per volta li portano via. Un vigile mi dice che stanno morendo, ma il fuoco gli ha mangiato le terminazioni nervose, per questo resistono al dolore. Non so se è vero, non capisco più niente, ho quei manichini davanti agli occhi. Prendo un pompiere per il bavero, e gli urlo che Schiavone è ancora a terra da qualche parte, devono salvarlo. Mi dice che lo hanno portato via e che devo andarmene, perché il fumo sta divorando anche me. Stacchiamo la tensione a tutta la linea, blocchiamo il flusso degli acidi, dei gas, dell'elettricità. Tutto si ferma alla ThyssenKrupp, probabilmente per sempre. Non ho più niente da fare".

Al cimitero hanno messo le sigarette sopra ogni tomba. Un pacchetto di Diana per Angelo, due sigarette sciolte vicino alla fotografia di Antonio, una sulla sciarpa di Roberto, le Marlboro per Giuseppe e per Rosario. Subito non capisco, poi sì. I ragazzi di oggi non comprano più le sigarette, ma i ragazzi operai sì, le hanno sempre in tasca. Metterle lì, tra i fiori dei morti, è un modo per riconoscerli, per renderli visibili.