venerdì 3 ottobre 2008

Il mondo sull'orlo del precipizio...

"Le monde est au bord du gouffre par la faute d'un système financier irresponsable..."
"Il mondo è sull'orlo del precipizio a causa di un sistema finanziario irresponsabile"
F. Fillon, primo ministro francese, 3 ottobre 2008

IL NUOVO DISORDINE MONDIALE
di Ezio Mauro

Non è solo finanza, non sono banche e Borsa solamente che stanno bruciando in questo incendio mondiale che sembra voler resettare il secolo dagli ultimi inganni e dall'unica ideologia superstite - un mercato universale senza Stato e senza governo - prima di farlo davvero ripartire. Chi dice che il capitalismo crolla mentre resuscita il socialismo non ha di nuovo capito niente, perché il capitalismo assiste all'incepparsi non di sé, ma del nuovo sistema di scambio simultaneo universale che sfrutta da un decennio lo strumento di reti che avviluppa il mondo abbattendo spazio e tempo, grazie alla potenza del motore tecnologico di internet, capace di vincere la storia rendendo tutto contemporaneo, e persino la geografia, facendo ubiqua ogni cosa. Ma non c'è dubbio che un pezzo di modernità sta saltando insieme alle banche d'affari, e questo ci coinvolge tutti, dovunque e comunque viviamo, perché ciò che va in crisi a Wall Street riguarda non solo l'America ma l'Occidente. In realtà vengono oggi al pettine nodi politici, economici, culturali, che nascono tutti nel Novecento mentre credevano di risolverlo, e sono invece arrivati fin qui senza riuscire a sciogliersi.

La credenza, prima di tutto, di una ricchezza e di una crescita senza il lavoro, senza una comunità di riferimento, dunque senza una responsabilità pubblica e le regole che ne conseguono. La riduzione della complessità della globalizzazione alla sola dimensione economica, anzi finanziaria. Lo scarto tra economia reale e realtà dei mercati finanziari, tra le transazioni valutarie e le transazioni commerciali, tra le merci, la moneta e il clic che invia l'ordine di comprare o di vendere in base a indicatori computerizzati. Il divario tra ricchi e poveri, che il boom tecnologico e finanziario ha accentuato, anche dentro gli stessi Paesi in via di sviluppo. Le nuove, improvvise gerarchie sociali che sono nate da questo sommovimento con una forza culturale che pretende il riordino di competenze, saperi, professioni, gruppi sociali, comunità, quartieri, aree del mondo e Paesi.

Il nuovo disordine mondiale, oggi, nasce proprio da qui.
La prima reazione alla crisi è il timore di rimanere coinvolti nella perdita improvvisa di ricchezza dovuta all'inganno di prodotti finanziari avariati, o alla speculazione sulla perdita di credibilità universale delle banche, o alla paura irrazionale che diventa panico e fuga.

Ma subito dopo, o contemporaneamente, cresce la preoccupazione per una domanda di governo complessiva della situazione, che non trova risposta, perché non sa nemmeno più quale sia il soggetto giusto a cui rivolgere la pretesa del cittadino di essere tutelato. Di vedere all'opera quello strumento di cui la globalizzazione credeva di poter fare a meno, nell'illusione di bastare a se stessa: cioè la politica.

Il problema è che in questi anni è finita fuori gioco non soltanto la politica come tecnica, o come azione delle istituzioni, ma qualcosa di più complesso. La rivoluzione finanziaria internazionale ha sfidato l'autorità tradizionale, la potestà stessa dello Stato-nazione a cui oggi i cittadini si rivolgono, come sempre nei momenti di crisi, accorgendosi improvvisamente che è scavalcato dai flussi e dalle reti della globalizzazione, i quali creano una nuova legittimità transnazionale - e non solo un mercato universale - a cui non corrispondono né uno Stato né un governo. La "bolla" è quanto di più moderno esista, perché non ha luogo, non ha confini, ignora le distanze come le tradizioni, conosce un'unica legge che è quella della crescita. Ma per le stesse ragioni è quanto di più lontano dallo Stato nazionale, dai suoi computi fiscali e dalla sua rete di responsabilità solidali o anche soltanto sociali. Quando va in crisi un sistema finanziario che muove ogni giorno una massa di scambi valutari molto superiore al Pil di vari Paesi, nessuna istituzione statale ha la capacità e la legittimità per controllare quel flusso in movimento.
Ci accorgiamo così che in questo processo non c'era stata soltanto una scissione tra capitale e lavoro, già consumata e evidente a tutti. In realtà è saltata l'alleanza tradizionale tra l'economia di mercato e lo Stato sociale, come dice Ulrich Beck, un'alleanza che ha sorretto per decenni il diritto, le istituzioni, la politica, la legittimità stessa delle classi dirigenti che si alternavano al comando, in una parola la forma pratica e quotidiana della democrazia occidentale. Da qui discendeva l'autorità (estenuata e faticosa, e tuttavia resistente) del governo della democrazia, e da questa autorità nasceva la governance della modernità che conosciamo, probabilmente l'unica possibile. Questa legittimità democratica nel governo della complessità contemporanea risiedeva soprattutto nel tavolo di compensazione tra i premiati e gli esclusi, quello che Bauman chiama il "nesso" tra povertà e ricchezza, una dipendenza che in realtà è un vincolo di responsabilità e attraverso la civiltà del lavoro (con i suoi conflitti) ha tenuto fino a ieri insieme e in gioco i vincenti e i perdenti della globalizzazione.

Se questo è vero, c'è addirittura un contratto sociale da riscrivere, una sovranità da ristabilire, un'autorità democratica che garantisca i diritti anche nel mondo postnazionale, prendendo possesso persino delle bolle senza spazio né tempo della globalizzazione. Anche perché la crisi complica la prospettiva, ma ripulisce lo sguardo. Il broker per strada a Wall Street, con la sua biografia professionale nello scatolone del licenziamento, esce dall'indistinto virtuale del paesaggio elettronico per tornare ad essere una figura sociale, politica, che non abita solo i numeri della finanza globale, ma cammina per la città reale. Così come il consumatore finirà per tradurre su se stesso - cioè su un soggetto di nuovo politico, sociale - il saldo finale del salvataggio americano, attraverso il peso ingigantito del debito. Tornano così ad avere senso quelle categorie che non riuscivano ad afferrare la crisi, perché i suoi paradigmi erano tutti post-moderni, creati per un'altra dimensione: il diritto, la diplomazia, la politica internazionale, addirittura il sindacato. Con l'ambizione di non tornare indietro, né attraverso la regressione di una chiusura insensata nei nazionalismi né attraverso la tentazione di contrapporre Main Street a Wall Street, vellicando le paure per farle popolo, o almeno plebe, comunque forza d'urto populista.

Una rete sociale, culturale, politica e istituzionale (basta pensare all'Europa e ai suoi ritardi) da ricostruire. Che gran compito per la politica: se la politica ci fosse, e soprattutto se fosse capace di pensare se stessa senza pensare politicamente.
repubblica.it

giovedì 2 ottobre 2008

Istigazione all'odio razziale: Gentilini indagato a Venezia

La Procura di Venezia ha aperto un fascicolo a carico del vice sindaco Giancarlo Gentilini che durante la cerimonia che ha concluso la festa dei popoli padani ha invitato i presenti a «mandare a pregare e a pisciare i musulmani nel deserto». L'ipotesi di reato è l'istigazione all'odio razziale. Titolare del fascicolo è il procuratore aggiunto Carlo Mastelloni anche se pare di capire che a voler fare chiarezza sul discorso di Gentilini in riva degli Schiavoni a Venezia è proprio il procuratore capo Vittorio Borraccetti. Entrambi magistrati di esperienza, di certo valuteranno attentamente ogni singola parola pronunciata dallo «sceriffo» già protagonista di discorsi poco «politically corect», quando si rivolgeva agli extracomunitari.

Giancarlo Gentilini quel giorno si è scatenato prendendosela soprattutto con gli immigrati, il diritto di voto per gli extracomunitari e la libertà di culto. Di moschee Gentilini non vuole nemmeno sentir parlare. Come pure di pensioni per gli immigrati e se la prende anche con i bambini rom. Oltre alle solite parole folkloristiche che accendono sempre gli animi padani quando vengono pronunciate dallo «sceriffo», alcune affermazioni sono state decisamente pesanti. Non che in passato Gentilini non ne abbia pronunciate dello stesso tenore - gli stranieri vestiti da leprotti a cui sparare, tanto per ricordare - e sicuramente da spingere un magistrato ad aprire un fascicolo.

Il «Vangelo secondo Gentilini, il decalogo del primo sindaco sceriffo» declamato a Venezia il 14 settembre ha tra i suoi passaggi alcuni che fanno accapponare la pelle come ad esempio: «Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anziani. Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero». Oppure: «Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. Qui comprese le gerarchie ecclesiastiche, che dicono: lasciamoli pregare. No Vanno a pregare nei deserti... Voglio la rivoluzione contro la magistratura... Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moscheeeee». E via così prendendo di mira i giornalisti contrari alla Lega per i quali propone di infilare «turaccioli in bocca e in culo».

La Procura di Venezia vuole accertare se Gentilini ha veramente pronunciato queste frasi oppure no. Ma a quanto pare, considerate le critiche al discorso arrivate tra le altre cose anche da appartenenti al suo stesso schieramento, quelle frasi sono state pronunciate. Il pm Carlo Mastelloni, tra le altre cose, è anche titolare del fascicolo riguardante il gesto del dito medio fatto dal ministro Umberto Bossi all'indirizzo dell'Inno di Mameli. Fatto avvenuto a Padova alcuni mesi fa. Ma quanto pare in quel caso non sono stati ravvisati reati. Sarò lo stesso anche questa volta? Chissà?



Ecco i passi salienti del discorso fatto dal vicesindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, a Venezia durante la festa della Lega Nord e che ha sollevato lo sdegno dei vescovi italiani, con un durissimo editoriale sul quotidiano della Cei "L'Avvenire"
Interrotto da applausi scroscianti e urla da parte dei militanti padani, lo sceriffo del Carroccio è stato tra i politici leghisti più applauditi insieme a Umberto Bossi. Berretto verde in testa e, forse, un insolito canovaccio per il suo discorso piazzato sotto il microfono, Giancarlo Gentilini si è scatenato prendendosela soprattutto con gli immigrati, il diritto di voto per gli extracomunitari e la libertà di culto. Di moschee, a Treviso, Gentilini non vuole nemmeno sentir parlare. Come pure di pensioni per gli immigrati.

"Popolo della Legaaaa. La Lega si è svegliataaaaaa. Le mura di Roma stanno crollando sotto i colpi di maglio della Lega. La mia parola è rivoluzione. Questo è il vangelo secondo Gentilini, il decalogo del primo sindaco sceriffo. Voglio la rivoluzione contro i clandestini. Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n'è più neanche Uno Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anzianiiiiii Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero. Voglio la rivoluzione contro le televisione i giornali che infangano la Lega. Prenderò dei turaccioli per ficcarli in bocca e su per il c... a quei giornalisti. Non li voglio più vedere... Voglio la rivoluzione contro le prostitute. Anche loro devono pagare le tasse. Tutti pagano le tasse e devono pagarle anche le prostitute. Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. Qui comprese le gerarchie eclesiastiche, che dicono: lasciamoli pregare. No Vanno a pregare nei desertiiiii Aprirò una fabbrica di tappeti per darglieli ma che vadano a pregare nel deserto. Bastaaaaaa Ho scritto anche al Papa: Islamici, che tornino nei loro paesi. Voglio la rivoluzione contro la magistratura. Ad applicare le leggi devono essere i giudici veneti.


Voglio la rivoluzione contro chi vuole dare la pensione agli anziani familiari delle badanti extracomunitarie. Sono denari nostriiiiii E io me li tengo. Questo è il vangelo di Gentilini: tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri... Ma non avanzerà niente Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moscheeeee Voglio la rivoluzione contro i veli e il burqa delle donne. Io voglio vedere le donne in viso, anche perché dietro il velo ci potrebbe essere un terrorista e avere un mitra in mezzo alle gambe. Che mostrino l'ombelico caso mai....

Ho scritto al presidente della Repubblica che bisogna dare un riconoscimento all'usciere di Ca' Rezzonico che ha vietato l'ingresso alla donna islamica. Io voglio la rivoluzione contro chi dice che devo mangiarmi la spazzatura di Napoli. Io la prendo e la macino e poi se la devono mangiare loro perché sono loro che l'hanno prodotta Io non lo tollero...Io voglio la rivoluzione contro chi vorrebbe dare il voto agli extracomunitari. Non voglio vedere neri, marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini. Cosa insegneranno, la civiltà del deserto? Il voto spetta solo a noi. Ho bisogno del popolo leghista.

Queste sono le parole del vangelo secondo Gentilini. Ho bisogno di voi. Statemi vicini. Non voglio vedere questa gente che gira di giorno e di notte. Un abbraccio a tutti, viva la Lega".

Caro Spike Lee, ecco perché io, partigiano, sparavo e fuggivo...

Un regista cinematografico, Spike Lee, in cerca di pubblicità per il suo film sulla strage nazista di Stazzema ripesca i luoghi comuni dell'attesismo e del revisionismo antipartigiano e i giornali disponibili al riflusso neofascista li pubblicano con risalto. Che barba! Che pena! Val la pena di rispondere al signor Spike Lee? E' un dovere storico anche se probabilmente inutile. Spike Lee dice: "Dopo gli attentati i partigiani fuggivano sulle montagne lasciando la popolazione civile esposta alle rappresaglie tedesche".

Spike Lee ha una idea sia pur labile di cosa è la guerra partigiana in ogni tempo e in ogni luogo? E', per l'appunto, ricorrere alla sorpresa, evitare di essere agganciati da un nemico superiore in numero e armi, mordere e fuggire al duplice intento di far del male al nemico e di sopravvivere. Questi sono i fondamentali di ogni resistenza armata, l'alternativa è una sola: rinunciare alla lotta di liberazione, accettare l'attesismo che fa comodo all'occupante.

Abbiamo dovuto scegliere subito, sul campo fra attesismo e lotta armata. Chi c'era allora, sul campo, scelse la lotta armata perché l'attesismo era una falsa alternativa, se si stava fermi e zitti e buoni vinceva il nemico nazista, vinceva il terrore.

Spike Lee dice che fu il maresciallo Kesselring a dettare il codice delle rappresaglie: "Ogni soldato germanico ferito o ucciso verrà vendicato cento volte". Ma non fu Kesselring a stabilire la punizione terroristica, fu il comando della Wehrmacht, fu Hitler. L'attesismo era la resa senza condizione a un nemico che disponeva della vita e della morte di ogni italiano e che procedeva con i suoi "verboten" alla nostra servitù totale: proibito riunirsi, proibito informarsi, proibito avere ospiti, proibito aver piccioni viaggiatori, proibito tutto.

Nel film di Spike Lee sostiene la versione falsa che la strage di Stazzema, le centinaia di donne e bambini trucidati, fu "colpa" di una sentinella partigiana che non aveva avvisato i compagni dell'arrivo delle SS.

Spike Lee si scusa dicendo di aver seguito la sceneggiatura di James Mc Bride che a sua volta così si giustifica: "Chiedo scusa se ho urtato la suscettibilità e la sensibilità dei partigiani. Ma la mia storia è una finzione, una versione romanzata che scrissi dopo una visita a Sant'Anna di Stazzema dove nessuno parlava più dell'eccidio". Spike Lee ha aggiunto: "Faccio questo mestiere da ventitré anni, sono un artista che prende i suoi rischi, non è che per delle recensioni negative mi suicidi". Ma una tragedia come quella di Stazzema non la si inventa o non la si cambia per fare un film.

Tutti i giornali italiani hanno titolato la notizia riportando le parole di Spike Lee. "I partigiani? Spesso fuggivano, abbandonavano le popolazioni alle rappresaglie". Chi è stato partigiano sarà "suscettibile" ma capisce che il vento è cambiato, che il rispetto e la riconoscenza per chi ha messo a rischio la sua vita per la libertà di tutti, hanno lasciato il campo alla diffamazione e alla ostilità.

E' un cambiamento sgradevole ma prevedibile. Un giorno della primavera del '45 ero assieme a Livio Bianco sul monte Tamone in val Grana da cui si vede la pianura e la città di Cuneo. Indovinando il mio pensiero Livio disse: "Andrà già bene se non ci metteranno in galera". I prudenti, i vili, la maggioranza non perdonano alle minoranze di aver avuto coraggio o semplicemente il senso di un dovere civico. Ci sono anche da noi molti antipartigiani semplicemente per una questione anagrafica, di non aver potuto per ragioni di età partecipare alla Resistenza. Ci sono molti antipartigiani che vedono nei partigiani un reducismo privilegiato e fastidioso. Curioso reducismo. Curioso privilegio. Cinque anni dopo la liberazione i carabinieri della val Maira riferivano sul mio conto a un magistrato: "Si ricorda che circolava armato con atteggiamenti spavaldi". E anche io, come dice Spike Lee, sparavo e poi scappavo.
Giorgio Bocca

mercoledì 1 ottobre 2008

Vicenza. La Consultazione si farà

In Piazza ieri sera a Vicenza c'erano davvero tantissime persone. Una manifestazione spontanea, convocata con il passaparola tra chi non vuole gli venga tolto il diritto di parola. Erano lì a domandarsi come far sentire la propria voce, come fare a dire più forte di quanto non abbiano fatto in questi mesi che una nuova base americana nel centro della citta proprio non la vogliano. A risponder loro è stato il sindaco. Si proprio lui, quello del centro sinistra eletto la scorsa primavera contro tutti i pronostici, quello che il referendum consultivo l'ha indetto. Proprio il sindaco Variale ha detto "Il referendum si farà. Se non ci faranno votare nelle scuole voteremo fuori dalle scuole. 53 erano i seggi previsti e 53 saranno i seggi, 3 scrutatori a seggio erano previsti e tre saranno. Il nostro - ha proseguito il sindaco - non è un atto di sfida ma un atto di democrazia"

Nel pomeriggio di ieri, appena ricevuta la notizia dell'ordinanza del Consiglio di Stato era stato il Coordinatore di Sd a dire: “Non può essere Berlusconi ne il Consiglio di Stato a sottrarre ad una città il diritto di parola sul proprio destino”.

Già, perché proprio ieri il Consiglio di stato, a pochi giorni dal voto, ha emesso una ordinanza che sospende il referendum consultivo sulla destinazione dell’area Dal Molin,voluta dal Consiglio Comunale di Vicenza. Quando la notizia è arrivata nella città veneta diversi sono stati i sentimenti che hanno attraversato gli uomini e le donne che in questi mesi hanno condotto la battaglia contro l’insediamento della nuove base americana. Sconforto, incredulità, rassegnazione. Poi, quasi subito, anche la voglia di reagire, di non sottostare ad un pronunciamento che ancora una volta vuol togliere ai diretti interessati anche il diritto di parola. Ma la parola i cittadini e le cittadine di Vicenza non vogliono farsela togliere.
Già ieri sera alle 20.30 si sono dati appuntamento in Piazza Signori, insieme alla Giunta comunale, per dire tutta la propria indignazione contro una ordinanza incomprensibile, quasi provocatoria, uno sfregio alla città. Una manifestazione grandissima, oltre 10mila persone, come davvero se ne sono viste poche in qulla citta. In tanti e tante per dire che la parola che vogliono togliergli i vicentini se la vogliono prendere. Non vogliono farsi scippare il diritto di dire la propria, di sceglier il proprio futuro. E a loro, dicevamo a risposto il sindaco.

Anche la Direzione Nazionale di Sinistra Democratica giudica “assai grave” il pronunciamento della Corte di Stato che “Accogliendo il ricorso presentato da esponenti di Forza Italia ,dà ragione a chi cerca di impedire in tutti i modi il pronunciamento dei vicentini.
Un primo ricorso al Consiglio di Stato, poi la lettera intimidatoria di Berlusconi al Sindaco,infine questo secondo ricorso: tutto perché la destra ha paura della democrazia e sa che verrebbe smentita su una scelta compiuta nella mancanza assoluta di trasparenza e con dubbia legalità”. E quindi, la Direzione di Sd “da sempre convinta della necessità di un pronunciamento democratico dei cittadini e delle cittadine di Vicenza,auspica che non si rinunci a dar voce alla città e che la consultazione di domenica 5 Ottobre - nelle forme e nei modi decisi dai cittadini e dai loro Comitati - si possa comunque svolgere”.

Di più, ancora Fava ha affermato: Domenica prossima il referendum sulla nuova base militare Usa dovrà comunque svolgersi, nelle forme che quella comunità vorrà dare: Sinistra Democratica sosterrà con ogni mezzo il diritto dei vicentini a non tacere.

martedì 30 settembre 2008

Acqua bene comune. Appello di padre Alex Zanotelli

Appello di p. Alex Zanotelli alle forze politiche e ai cittadini

Nel cuore di questa estate torrida e di questa terra calabra, lavorando con i giovani nelle cooperative del vescovo Bregantini (Locride) e dell’Arca di Noè (Cosenza), mi giunge, come un fulmine a ciel sereno, la notizia che il governo Berlusconi sancisce la privatizzazione dell’acqua.

Infatti il 5 agosto il Parlamento italiano ha votato l’articolo 23 bis del decreto legge numero 112 del ministro G. Tremonti che nel comma 1 afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell’economia capitalistica. Tutto questo con l’appoggio dell’opposizione, in particolare del PD, nella persona del suo corrispettivo ministro-ombra Lanzillotta. (Una decisione che mi indigna, ma non mi sorprende, vista la risposta dell’on.Veltroni alla lettera sull’acqua che gli avevo inviata durante le elezioni!).
Così il governo Berlusconi, con l’assenso dell’opposizione, ha decretato che l’Italia è oggi tra i paesi per i quali l’acqua è una merce.
Dopo questi anni di lotta contro la privatizzazione dell’acqua con tanti amici,con comitati locali e regionali, con il Forum e il Contratto Mondiale dell’ acqua ……queste notizie sono per me un pugno allo stomaco, che mi fa male. Questo è un tradimento da parte di tutti i partiti! Ancora più grave è il fatto che il “Decreto modifica la natura stessa dello Stato e delle collettività territoriali. I Comuni non sono più dei soggetti pubblici territoriali responsabili dei beni comuni, ma diventano dei soggetti proprietari di beni competitivi in una logica di interessi privati, per cui il loro primo dovere è di garantire che i dividendi dell’impresa siano i più elevati nell’interesse delle finanze comunali.“ Ci stiamo facendo a pezzi anche la nostra Costituzione!
Concretamente cosa significa tutto questo? Ce lo rivelano le drammatiche notizie che ci pervengono da Aprilia (Latina) dimostrandoci quello che avviene quando l’acqua finisce in mano ai privati. Acqualatina, (Veolia, la più grande multinazionale dell’acqua ha il 46,5 % di azioni) che gestisce l’acqua di Aprilia, ha deciso nel 2005 di aumentare le bollette del 300%! Oltre quattromila famiglie da quell’anno, si rifiutano di pagare le bollette ad Acqualatina, pagandole invece al Comune.

Ora, nel cuore dell’estate, Acqualatina manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori o ridurre il flusso dell’acqua. Tutto questo con l’avallo del Comune e della provincia di Latina! L’obiettivo? Costringere chi contesta ad andare allo sportello di Acqualatina per pagare. E’ una resistenza eroica e impari questa di Aprilia: la gente si sente abbandonata a se stessa. Non possiamo lasciarli soli!
L’ estate porta brutte notizie anche dalla mia Napoli e dalla regione Campania. L’assessore al Bilancio del Comune di Napoli, Cardillo, lancia una proposta che diventerà operativa nel gennaio 2009. L’ Arin, la municipalizzata dell’acqua del Comune di Napoli, diventerà una multi-servizi che includerà Napoligas e una compagnia per le energie rinnovabili. Per far digerire la pillola, Cardillo promette una “Robintax” per i poveri (tariffe più basse per le classi deboli). Con la privatizzazione dell’acqua si creano necessariamente cittadini di seria A (i ricchi ) e di serie B (i poveri), come sostiene l’economista M.Florio dell’Università degli studi di Milano.
A questo bisogna aggiungere la grave notizia che a Castellamare di Stabia (un comune di centomila abitanti della provincia di Napoli), 67 mila persone hanno ricevuto, per la prima volta, le bollette dalla Gori, (una SPA di cui il 46% delle azioni è di proprietà dell’Acea di Roma).Questo in barba alle decisioni del Consiglio Comunale e dei cittadini che da anni si battono contro la Gori, che ormai ha messo le mani sui 76 Comuni Vesuviani (da Nola a Sorrento).
“Non pagate le bollette dell’acqua!”, è l’invito del Comitato locale alle famiglie di Castellamare. Sarà anche qui una lotta lunga e difficile, come quella di Aprilia. Mi sento profondamente ferito e tradito da queste notizie che mi giungono un po’ dappertutto. Mi chiedo amareggiato:” Ma dov’è finita quella grossa spinta contro la privatizzazione dell’acqua che ha portato alla raccolta di 400 mila firme di appoggio alla Legge di iniziativa popolare sull’acqua?
Ma cosa succede in questo nostro paese? Perchè siamo così immobili? Perchè ci è così difficile fare causa comune con tutte le lotte locali, rinchiudendoci nei nostri territori? Perché il Forum dell’acqua non lancia una campagna su Internet, per inviare migliaia di sollecitazioni alla Commissione Ambiente della Camera dove dorme la Legge di iniziativa popolare sull’acqua? Non è giunto il momento di appellarsi ai parlamentari di tutti i partiti per far passare in Parlamento una legge-quadro sull’acqua?
Dobbiamo darci tutti una mossa per realizzare il sogno che ci accompagna e cioè che l’acqua è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestita dalle comunità locali con totale capitale pubblico, al minor costo possibile per l’utente,senza essere SPA. “L’acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne “illecito”profitto- ha scritto l’arcivescovo emerito di Messina G. Marra.Pertanto si chiede che venga gestita esclusivamente dai Comuni organizzati in società pubblica, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso possibile.”
Quando ascolteremo parole del genere dalla Conferenza Episcopale Italiana? Quand’è che prenderà posizione su un problema che vuole dire vita o morte per le nostre classi deboli, ma soprattutto per gli impoveriti del mondo? (Avremo milioni di morti per sete!).
E’ quanto ha affermato il 16 luglio, il Papa Benedetto XVI:” Riguardo al diritto all’acqua, si deve sottolineare anche che si tratta di un diritto che ha un proprio fondamento nella dignità umana .Da questa prospettiva bisogna esaminare attentamente gli atteggiamenti di coloro che considerano e trattano l’acqua unicamente come bene economico.” Quand’è che i nostri vescovi ne trarranno le dovute conseguenze per il nostro paese e coinvolgeranno tutte le parrocchie in un grande movimento in difesa dell’acqua? L’acqua è vita. “L’acqua è sacra, non solo perché è prezioso dono del Creatore- ha scritto recentemente il vescovo di Caserta, Nogaro – ma perché è sacra ogni persona, ogni uomo, ogni donna della terra fatta a immagine di Dio che dall’acqua trae esistenza, energia e vita.”
Sull’acqua ci giochiamo tutto!
Partendo dal basso, dalle lotte in difesa dell’acqua a livello locale, dobbiamo ripartire in un grande movimento che obblighi il nostro Parlamento a proclamare che l’acqua non è una merce, ma un diritto di tutti. Diamoci da fare perché vinca la vita!".
padre Alex Zanotelli

lunedì 29 settembre 2008

Buon compleanno signor Presidente

Buon compleanno Signor Presidente. Buon compleanno.

Le assicuro che i miei sono auguri sinceri anche se l’ho definita capocomico, lenone, meschino, mediocre e italiano nell’accezione nefanda che sa assumere, talvolta, questo aggettivo.
Le auspico veramente una lunga vita anche perché sono un professionista e quando veramente considero necessario un accadimento mi adopero perché si verifichi, non mi limito a sperare.

Questo non è assolutamente il caso, per fortuna di tutti noi.
Lei, considerato lo strettissimo spazio degli eventi che ospita la sua minuta persona, è, a suo modo, un grande artista e per questo merita attenzione visto che “rispetto”, a mio parere, suona distonico quando lo si associa al suo nome.

Fare dei propri sogni la trama materica luogo la quale si dipana la vita degli altri è proprio del grande artista. Grazie al suo dono, lei ha saputo portare nello spazio percettivo globale la sostanza impalpabile dei suoi desideri intimi, delle sue paure segrete e dei suoi pregiudizi nascosti. Ciò è appunto quello che lei, Signor Presidente, è riuscito a fare.

Lei, con magistrale perizia tecnica, ha dipinto il quadro della nostra nazione proiettando sulla tela la povera prospettiva e schiacciando la realtà a quella elementare logica bidimensionale che le sono così acconcie.
Farsi il mazzo a lavurar, i danè, le cosce, i culi, le zizze, le case in Sardegna, le litigate in tv, i vips sull’isola, i coglioni in casa, i belloni sui troni, l’ici, le leggi sartoriali, le corna alla moglie, tutti mattoncini rapinosi di insipida dimensione intellettuale e culturale che lei ha avuto il potere di collimare e disporre per innalzare la sordida infrastruttura morale che oggi sostiene il nostro paese.

Ovviamente, anche se lei dispone di un indubbio talento naturale, non è tutto merito suo. Lei ha avuto l’indubbia fortuna di rivolgersi a un pubblico (perché scommetto che così ci vede, pubblico non cittadini) nel cui cuore, nemmeno troppo in fondo, l’anelito a tanta meschina portanza di se stessi esisteva già.
Lei ha avuto il merito di farla emergere, di sdoganarla, di affrancarla dalla fama di abiezione dietro la quale si era nascosta per sfuggire allo spirito risorgimentale prima, alla retorica fascista poi ed, infine, dall’orgoglio della Lotta Partigiana.

Lei, non potendo comprendere come essere migliore, è riuscito a a far emergere la parte peggiore di tutti noi ed ha condotto un’intera nazione al suo livello, senza troppi sforzi per la verità, ma con grande pertinacia.

Io credo che in un giorno lontano, quando io e lei saremo polvere, il popolo di questa terra le sarà sinceramente grato. Ciascuno ha bisogno di guardare la parte oscura di se stesso per tenersene veramente lontano e tutti, grazie alla sua opera degeneratrice, oggi stiamo risalendo il fiume Congo alla ricerca di Kurtz.

La storia, se non gli uomini, gliene sapranno rendere merito.
Sinceramente grazie.

sabato 27 settembre 2008

Vacatio legis o il fascino discreto della tortura

Ringrazio Dio (o chi ne fa le veci) per i giorni che ci sta mandando. Mai come in questi tempi, infatti, il potere legislativo sta mostrando il suo lato più fetido e contraddittorio: chi ha orecchie per intendere e memoria per ricordare faccia tesoro di ciò che è accaduto, sta accadendo e accadrà in questi giorni. Non è curioso che due tra gli eventi più “sconvolgenti” (o comunque di maggior clamore mediatico) offertici dalla cronaca nazionale siano entrambi dovuti alla inspiegabile latitanza del legislatore rispetto all’attuazione della carta costituzionale e - più in generale - dei principi umanitari internazionalmente riconosciuti?

Il più recente - e forse più eclatante - è sicuramente la sentenza del Tribunale di Genova sui fatti di Bolzaneto, avvenuti durante il nerissimo G8 del 2001. Su 45 imputati, 30 assoluzioni e 15 condanne, in ogni caso blandissime e soprattutto inattuabili, poiché il tutto - anche grazie all’indulto Forza Italia-Ds del 2006 - si prescriverà nel gennaio 2009. Un sentenza meramente politica, e comunque monca. Danno e beffa, come suol dirsi.

Non è dei giudici, è bene metterlo in chiaro, la responsabilità di questo sfacelo. Certamente la lettura completa della sentenza potrà evidenziare eventuali azzardi interpretativi ed eccessivamente discrezionali, ma che quelli sui fatti del G8 fossero (e siano, vedi il vicino processo sui fatti della Diaz) processi-farsa era purtroppo già scritto nel nostro codice penale: un codice del 1930, che in 60 anni e più di repubblica e democrazia non è riuscito a vedersi integrato del reato di tortura. Il paese che ama la vita e che vede in Cristo uno dei massimi riferimenti ideologico-culturali non conosce il reato di tortura. I poliziotti che hanno trasformato Genova in una macelleria erano (e sono imputati) per reati quasi bagatellari: abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, ingiurie, percosse. La Convenzione dell’ONU contro la tortura, ratificata nell’88 e mai recepita con modifiche legislative sul piano interno, in Italia è carta straccia. Di qui le condanne blande per i delittucoli di cui sopra, di qui la rilevanza dell’indulto (che interessa i reati con pene non superiore a tre anni), di qui la prescrizione lampo.
Ovviamente impossibile, del resto, un’interpretazione “larga” dei dettami costituzionali e delle Carte internazionali, poiché nel diritto penale sono sacri il divieto di analogia per le norme incriminatrici e il principio della determinatezza e tassatività della norma penale. Leggasi: se la legge non lo prevede, il reato non esiste.

Dove, per fortuna, i giudici possono liberamente porre rimedio alle falle lasciate aperte dal legislatore è il settore civile. La recente sentenza della Corte d’Appello di Milano come giudice di rinvio sul caso Englaro ne è la prova. Ed è contro questa sentenza (ma anche contro la famiglia di Beppino Englaro, contro la Costituzione, contro di me, contro tutto il popolo italiano) che il legislatore ha dato il peggio di sé.
Su proposta del senatore Kossiga (uno che di stato vegetativo se ne intende), e con l’avallo del presidente del senato Schifani, è stato dato impulso alla procedura di ricorso alla Corte Costituzionale per “conflitto di attribuzione” tra potere legislativo e potere giudiziario, poiché, a detta dei futuri ricorrenti, la decisione sul caso Englaro è stata presa “dai giudici invece che dalla legge”.

Il pulpito, tanto per capirci, è lo stesso da cui dovrebbe vedere la luce - come è accaduto o sta accandendo in tutta Europa - una legge sul testamento biologico, o che specifichi perlomeno i principi in materia già contenuti nella Costituzione declinandoli al caso particolare dei malati terminali o incurabili. Dato che su un tema del genere la papalina Italia non ha mai pensato di sporcarsi le mani, i giudici - cui per legge non è permesso il non liquet sulle questioni loro sottoposte - si arrangiano come possono, e i mezzi per farlo, oltre ad essere numerosi, sono dotati (ironicamente) di un’autorevolezza giuridica e politica anche superiore alla legge ordinaria. Per citarne qualcuno: Costituzione (art. 2: lo Stato protegge la vita e lo sviluppo della personalità, e prevedere degli “obblighi sociali di solidarietà” non può mai trasformare la vita dell’individuo in un dovere pubblico, così come configurata nel periodo autoritario; art. 13: la libertà individuale è inviolabile, e suo corollario è il principio di autdeterminazione, valido ovviamente anche in materia sanitaria, poichè il proprio corpo è il primo nucleo di inviolabilità; art. 32: la salute è un diritto, non un dovere: nessuno può essere obbligato a ricevere qualsivoglia trattamento sanitario - a prescindere quindi dall’”accanimento” - salvo casi eccezionali comunque stabiliti dalla legge), Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e la biomedicina, ratificata - anche se non eseguita - dal nostro paese (artt. 5, 6 e 9, rispettivamente sul consenso informato, sul ruolo del rappresentante legale - ed es. il tutore, come Beppino Englaro - e su quello della volontà pregressa del paziente nei casi di incapacità di intendere e di volere), principi generali desumibili da altre leggi ordinarie sempre in materia di trattamenti sanitari e di correlate situazioni di incapacità di intendere e di volere (l. 211/2003, o la stessa legge 194 del ‘78) , Codice di Deontologia medica (da leggere tutto, anche solo per avere un’idea di quali siano davvero i principi che animano la medicina internazionale).

Che poi Schifani se ne venga con la storiella del “conflitto di attribuzioni” fa più ridere che altro. La sentenza di Milano, così come quella della Cassazione dell’ottobre 2007, non riposano sulla volontà arbitraria dei giudici, bensì sulla Costituzione, o addirittura su carte internazionali ratificate ma non rese esecutive sul piano interno, come pure la Costituzione vorrebbe (art. 11). Non c’è nessun conflitto di attribuzioni: è il legislatore che latita, e che ha pure il coraggio di gridare al sacrilegio se i giudici fanno il proprio lavoro di “diritto vivente”.

mentecritica.it

giovedì 25 settembre 2008

Razzismo: scritte sui muri di Roma contro gli immigrati

ROMA - Scritte razziste contro gli immigrati uccisi a Castelvolturno e Milano sono apparsi sui muri della tangenziale di Roma, poco distante dal cimitero del Verano. Lo riporta oggi il 'Corriere della Sera'.

Su due manifesti affissi sulla via Tiburtina firmati con la sigla 'Militia' c'era scritto: "Minime in Italia: Milano -1; Castelvolturno: -6'" (con riferimento al giovane ucciso nel capoluogo lombardo nei giorni scorsi e ai sei immigrati uccisi dalla camorra a Castelvolturno).

Un altro cartello invece attacca il presidente del Senato, compare infatti la scritta: "Schifani, l'ebreo sarai te". Secondo una testimonianza i manifesti sarebbero stati affissi da alcuni giovani con le teste rasate e i giubbotti di pelle.

Immediata la condanna e la solidarietà a Schifani da parte Senato. "Le scritte razziste apparse a Roma su alcuni manifesti contro gli immigrati uccisi a Castelvolturno e il riferimento al presidente del Senato a cui si dice 'ebreo sarai te', sono il segno di un virus infetto che abbiamo nella nostra società. E difficile pensare che ci possa essere gente di questo genere così come è difficile definirli esseri umani". Così Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari Costituzionali, prende la parola in apertura di seduta dell'aula per esprimere una forte condanna delle frasi ingiuriose apparse sui muri di Roma e Milano ed esprimere solidarietà al presidente Schifani.

Vizzini ricorda che "il presidente Schifani si è sempre battuto contro la violenza, contro ogni sopraffazione, contro tutti gli estremismi e totalitarismi. Voglio dunque esprimere una condanna grave per chi dice 'Schifani ebreo sarai te', e la risposta da parte nostra puo' essere una sola: 'ebrei siamo tutti noi'".

La solidarietà espressa da Vizzini viene subito ribadita dalla presidente di turno Rosi Mauro, a nome di tutta l'assemblea, che prendendo la parola dice: "La risposta migliore contro questi virus infetti è proseguire la lotta alla criminalità".

agenzia dire.it

mercoledì 24 settembre 2008

Die Linke irrompe nel Parlamento bavarese?

Oskar Lafontaine sfonda con la sua Linke anche in Baviera, il land più conservatore della Germania, e rischia di sconvolgere un quadro politico rimasto immutato per oltre mezzo secolo. Un sondaggio dell'Istituto Emnid rivela che alle elezioni regionali di domenica prossima la Linke otterrebbe il 5 per cento, quanto basta per entrare nel parlamento di Monaco di Baviera scavalcando l'analoga soglia di sbarramento.
Finora il partito di Lafontaine era stato sempre quotato al 4 per cento, ma la "crociata" scatenatagli contro dal segretario dell'Unione cristiano-sociale bavarese (Csu), Erwin Huber, rischia di trasformarsi in un boomerang. La Csu crolla infatti al 49 per cento, quasi 12 punti in meno rispetto al 60,7 per cento del 2003, e vede a rischio la maggioranza assoluta detenuta da oltre 40 anni. A non decollare invece, a dispetto del cambio della guardia ai vertici nazionali con la candidatura alla Cancelleria di Frank-Walter Steinmeier e il ritorno alla presidenza di Franz Muentefering, è il partito socialdemocratico, a cui il sondaggio assegna il 20 per cento, risultato praticamente identico al 19,6 per cento di cinque anni fa.
Immutati anche i Verdi, con l'attuale 8 per cento rispetto al 7,7 del 2003. Nel nuovo parlamento eletto domenica saranno probabilmente presenti anche altre formazioni politiche, come i liberali (8%) ed i "Freie Waehler" (7%), la formazione conservatrice degli elettori liberi, già rappresentata in molti consigli comunali bavaresi. Nei giorni scorsi il capogruppo al Bundestag della Linke, Gregor Gysi, ha affermato che se il suo partito riuscirà a sfondare anche nella conservatrice Baviera, "risultera' mutato il quadro politico della Germania". Una vittoria del partito di Lafontaine renderebbe problematica il 23 maggio 2009 anche la rielezione del capo dello Stato, Horst Koehler, poiché la Cdu/Csu e i liberali della Fdp difficilmente riuscirebbero a mettere insieme i 613 voti necessari ad assicurargli la maggioranza assoluta dei 1.224 Grandi Elettori.
affaritaliani.it

martedì 23 settembre 2008

11 OTTOBRE IN PIAZZA

Le politiche aggressive del Governo di centrodestra, sostenute in primo luogo da Confindustria, disegnano il quadro di un'Italia ripiegata su se stessa e che guarda con paura al futuro, un Paese dove pochi comandano, in cui il lavoro viene continuamente umiliato e mortificato, nel quale l'emergenza è evocata costantemente per giustificare la restaurazione di una società classista, razzista e sessista. Che vede nei poveri, nei marginali e nei differenti, i suoi principali nemici. Che nega, specie ai migranti, il riconoscimento di diritti di cittadinanza con leggi come la Bossi Fini che non solo generano clandestinità e lavoro nero, ma calpestano fondamentali valori di umanità.
Questa è la risposta delle destre alla crisi profonda, di cui quella finanziaria è solo un aspetto, che attraversa il processo di globalizzazione e le teorie liberiste che l’hanno sostenuto. Una risposta che, naturalmente, ignora il fatto che solo un deciso mutamento del modello economico oggi operante può risolvere problemi drammatici, dei quali il più grave è la crisi ecologica planetaria. Spetta alla Sinistra contrapporre un’altra idea di società e un coerente programma in difesa della democrazia e delle condizioni di vita delle persone. E’ una risposta che non può tardare ed è l’unico modo per superare le conseguenze della sconfitta elettorale e politica.
 Ci proponiamo perciò di contribuire alla costruzione di un’opposizione che sappia parlare al Paese a partire dai seguenti obiettivi :

1) Riprendere un'azione per la pace e il disarmo di fronte a tutti i rischi di guerra, oggi particolarmente acuti nello scacchiere del Caucaso. La scommessa è ridare prospettiva a un ruolo dell’Europa quale principale protagonista di una politica che metta la parola fine all'unilateralismo dell'amministrazione Bush, al suo programma di scudo spaziale e di estensione delle basi militari nel mondo, all'occupazione in Iraq e Afghanistan (dove la presenza di truppe italiane non ha ormai alcuna giustificazione), ma anche alla sindrome da grande potenza che sta impossessandosi della Russia di Putin;

2) Imporre su larga scala un'azione di difesa di retribuzioni e pensioni falcidiate dal caro vita, il quale causa un malessere che la destra tenta di trasformare in egoismo sociale, guerra tra poveri, in un protezionismo economico del tutto insensibile al permanere di gravi squilibri tra il Nord e il Sud del mondo. Di fronte alla piaga degli “omicidi bianchi” è necessario intensificare i controlli e imporre l’applicazione delle sanzioni alle imprese. Si tratta inoltre di valorizzare tutte le forme di lavoro: lottando contro precariato e lavoro nero, anche attraverso la determinazione di un nuovo quadro legislativo; sostenendo il reddito dei disoccupati e dei giovani inoccupati; ottenendo il riconoscimento di forme di lavoro informale e di economia solidale;

3) Respingere l'attacco alla scuola pubblica, all'Università e alla ricerca, alla cultura, al servizio sanitario nazionale, ai diritti dei lavoratori e alla contrattazione collettiva. E’ una vera e propria demolizione attuata attraverso un'azione di tagli indiscriminati e di licenziamenti, l'introduzione di processi di privatizzazione, e un'offensiva ideologica improntata a un ritorno al passato di chiaro stampo reazionario (maestro unico, ecc.). L'obiettivo della destra al governo è colpire al cuore le istituzioni del welfare che garantiscono l’esercizio dei diritti di cittadinanza. L'affondo è costituito da un'ipotesi di federalismo fiscale deprivato di ogni principio di mutua solidarietà;

4) Rispondere con forza all'attacco contro le politiche volte a contrastare la violenza degli uomini contro le donne, riconoscendo il valore politico della lotta a tutte le forme di dominio patriarcale, dell'autodeterminazione delle donne e della libertà femminile nello spazio pubblico e nelle scelte personali;

5) Sostenere il valore della laicità dello stato e riconoscere diritto di cittadinanza alle richieste dei movimenti per la libera scelta sessuale e per quelle relative al proprio destino biologico;

6) Sostenere le vertenze territoriali (No Tav, No Dal Molin, ecc.) che intendono intervenire democraticamente su temi di grande valore per le comunità, a partire dalle decisioni collettive sui temi ambientali, sulla salute e sui beni comuni., prima fra tutti l’acqua. Quella che si sta affermando con la destra al governo è un’idea di comunità corporativa, egoista, rozza e cattiva, un’idea di società che rischia di trasformare le nostre città e le loro periferie nei luoghi dell’esclusione. Bisogna far crescere una capacità di cambiamento radicale delle politiche riguardanti la gestione dei rifiuti e il sistema energetico. Con al centro la massima efficienza nell’uso delle risorse e l’uso delle fonti rinnovabili. Superando la logica dei megaimpianti distruttivi dei territori, del clima e delle risorse in via di esaurimento. E’ fondamentale sostenere una forte ripresa del movimento antinuclearista che respinga la velleitaria politica del governo in campo energetico.

7) Contrastare tutte le tentazioni autoritarie volte a negare o limitare fondamentali libertà democratiche e civili, a partire dalle scelte del governo dai temi della giustizia, della comunicazione e della libertà di stampa. O in tema di legge elettorale mettendo in questione diritti costituzionali di associazione e di rappresentanza. Si tratta anche di affermare una cultura della legalità contro le tendenze a garantire l’immunità dei forti con leggi ad personam e a criminalizzare i deboli.

Per queste ragioni e con questi obiettivi vogliamo costruire insieme un percorso che dia voce ad un'opposizione efficace, che superi la delusione provocata in tanti dal fallimento del Governo Prodi e dalla contemporanea sconfitta della sinistra, e raccolga risorse e proposte per questo Paese in affanno. L'attuale minoranza parlamentare non è certo in grado di svolgere questo compito, e comunque non da sola, animata com'è da pulsioni consociative sul piano delle riforme istituzionali, e su alcuni aspetti delle politiche economiche e sociali (come tanti imbarazzati silenzi dimostrano, dal caso Alitalia all'attacco a cui è sottoposta la scuola, dalla militarizzazione della gestione dei rifiuti campani alle ordinanze di tante amministrazioni locali lesive degli stessi principi costituzionali). Bisogna invece sapere cogliere il carattere sistematico dell'offensiva condotta dalle destre, sia sul terreno democratico, che su quelli civile e sociale, per potere generare un'opposizione politica e sociale che abbia l’ambizione di sconfiggere il Governo Berlusconi. Quindi, proponiamo una mobilitazione a sinistra, per "fare insieme", al fine di suscitare un fronte largo di opposizione che, pur in presenza di diverse prospettive di movimenti partiti, associazioni, comitati e singoli, sappia contribuire a contrastare in modo efficace le politiche di questo governo.
A tal fine proponiamo la convocazione per il 11 ottobre di un'iniziativa di massa, pubblica e unitaria, rivolgendoci a tutte le forze politiche, sociali e culturali della sinistra e chiedendo a ognuna di esse di concorrere a un’iniziativa che non sia di una parte sola. Il nostro intento è contribuire all’avvio di una nuova stagione politica segnata da mobilitazioni, anche territorialmente articolate, sulle singole questioni e sui temi specifici sollevati.

sabato 2 agosto 2008

E' una promessa...


mentecritica